|
1. Fino al 1866 grandi e
solenni edifici, oggi sede di istituzioni pubbliche, erano in gran
parte complessi edilizi conventuali di Ordini religiosi maschili o
femminili. Per Modica potremmo compilare una lista con almeno 10
casi a dimostrazione della rilevanza, in età moderna, di un clero
regolare, maschile e femminile, fortemente radicato nel territorio
urbano e in quello rurale, nonché del rilievo della stessa Città.
Tra questi edifici è il Palazzo S. Anna, che oggi è sede della
fondazione culturale ‘Ente Autonomo Liceo Convitto’ (promotrice di
questa rivista), oltre ad accogliere nelle sue grandi sale
l’Archivio di Stato, con i suoi 17.000 fasci di documenti e due
biblioteche, già private. Fino al secolo scorso, era convento
francescano dei Minori osservanti riformati.
A Modica, presso il predetto Archivio di Stato (ASM), nel fondo
Corporazioni religiose soppresse (CRS) troviamo 13, fra buste e
registri, di documenti relativi al convento che vanno dal 1643 al
1873. Si tratta, per lo più, di libri di contabilità interna e di
atti e scritture diverse che comprendono testamenti, lasciti e
legati in favore del convento francescano.
In una delle prime buste
si trova anche una breve storia della fondazione del convento, che
ritroviamo – più ampliata – nella relazione scritta, nel febbraio
del 1650, dal Padre Guardiano (ossia, ‘Superiore’) fra Crisostomo
Colle da Piazza (Armerina), in occasione di una grande inchiesta
promossa dal papa Innocenzo X sul clero regolare maschile di quasi
tutti gli Stati italiani e conservata oggi a Roma presso l’Archivio
segreto vaticano (ASV). A tale ultima relazione faremo prevalente
riferimento nel presente studio.
2. L’inchiesta innocenziana del 1650. L’indagine mirava a delineare
un quadro della consistenza demografica e patrimoniale degli Ordini
religiosi maschili e a valutare, per ciascun convento, la
disponibilità di risorse sufficienti al mantenimento di una comunità
religiosa non troppo esigua (il concilio di Trento aveva stabilito
un numero minimo di 6 religiosi) e tale da poter garantire la
regolarità delle funzioni di culto e l’osservanza regolare propria
di ciascun istituto… 3. I
Minori osservanti ‘riformati ’. Il convento di Modica era uno dei
conventi dei Minori osservanti riformati fondati nei primi decenni
del Seicento in Sicilia. Il rifiuto assoluto di qualsiasi tipo di
proprietà – terriera o edilizia – e di qualunque entrata, anche da
censi e legati, per evitare pericoli di mondanizzazione dell’Ordine
fondato da S. Francesco, aveva infatti spinto alcuni gruppi di frati
ad operare una serie di scissioni all’interno dell’Ordine dei Frati
minori, fin dalla prima metà del XIV secolo.
Dalla prima di queste scissioni era nata la Regolare Osservanza: nel
1446 il papa Eugenio IV concesse agli Osservanti l’autonomia, con
Costituzioni, vicari generali e maestri provinciali propri. Nel 1517
Leone X, con la Bolla Ite vos, sancì la divisione dell’Ordine
francescano in due blocchi autonomi (Conventuali ed Osservanti),
riconoscendo il fallimento del tentativo dei movimenti
dell’osservanza di realizzare la riforma degli istituti francescani
di più antica origine e assegnando il primato giuridico ai Frati
minori osservanti, che ricevettero il sigillo dell’Ordine.
Mentre nei primi decenni i Frati minori osservanti vissero quasi
esclusivamente di elemosine e di cerche, a metà del Seicento la
situazione era leggermente mutata: alcuni conventi avevano accettato
donazioni di case e terreni, di gelseti e uliveti, di legati e censi
in denaro per poter sopravvivere. A Modica il convento dei Minori
osservanti era quello di S. Maria del Gesù, fondato dagli stessi
Conti nel 1478, a sancire con tale munifica istituzione il
matrimonio, ormai prossimo (1481), di Anna Cabrera, erede della
Contea, con Federico Henriquez, ammiraglio di Pastiglia.
Ben presto anche tra gli Osservanti si affermarono diverse
interpretazioni del concetto e dello stato di povertà: da quella più
vicina ai Conventuali (più moderati) ad altre più rigide. Il
desiderio di attuare la Regola francescana vivendo “in primaeva
puritate” spinse alcuni frati a dar vita a un ulteriore movimento di
Riforma che, con la bolla In suprema militantis Ecclesiae del 1532,
fu approvato come Congregazione degli Osservanti ‘riformati’ da papa
Clemente VII. A differenza
degli Osservanti, i Riformati decisero di vivere di pura elemosina,
rifiutando di ricevere denaro per le messe e accettando soltanto
elemosine di generi alimentari. In molti giorni dell’anno
praticavano il digiuno e non possedevano beni immobili di alcun
tipo. Nei casi in cui ricevevano un convento fondato
precedentemente, rinunciavano, con atto pubblico, a tutte le rendite
e ai beni precedentemente dati in dotazione allo stesso.
Nel 1639, Urbano VIII aumentò l’autonomia dei Riformati, elevando a
province religiose – tutte con un proprio procuratore generale – le
‘Custodie’ di cui facevano parte almeno 12 conventi.
In Sicilia, la riforma fu introdotta verso il 1532 da fra Simone da
Calascibetta. Nel 1579 fu eretta, da papa Gregorio XIII, la custodia
del val di Mazara dalla quale, nel 1627, furono scorporate le
custodie del val Demone e del val di Noto. Tutte e tre furono erette
in ‘province’ nel 1639, quando contavano già 42 conventi.
Nel 1650 esistevano nell’isola 48 conventi con una popolazione
complessiva di 814 frati. Nonostante la maggior parte delle entrate
fosse costituita da elemosine in natura e da offerte di generi
alimentari, negli stati economici delle relazioni innocenziane tali
elemosine venivano monetizzate. E’ possibile, dunque, quantificare
in scudi le rendite e le uscite di ciascun convento. Coerentemente
con lo spirito della ‘stretta osservanza’ della Regola francescana,
i conventi siciliani non possedevano alcuna proprietà terriera (a
parte i pochi orti interni che servivano al fabbisogno interno di
frutta e verdura). Le
entrate denunciate dai 48 conventi furono di 26.304 scudi, le uscite
di 40 conventi di 23.219 scudi (prevalentemente per il vitto e il
vestiario dei frati), l’entrata media pro-capite era dunque di 32
scudi. Nei 13 conventi in cui erano presenti altri tipi di spese, il
mantenimento dei frati rappresentava solo il 62,4 per cento (2.316
scudi) dell’esito totale, le spese per la fabbrica e per le
migliorie degli edifici conventuali il 21 per cento (781 scudi),
quelle per la sacrestia il 3 per cento (115 scudi). Le spese varie
erano del 2,5 per cento (489 scudi per spese di infermeria, notai,
avvocati e procuratori, utensili ecc.).
4. Nella Contea di Modica. I quattro conventi della Contea di Modica
presentavano complessivamente 1.351 scudi di introito, 558 scudi di
uscite (erano dunque in attivo di 793 scudi) e ospitavano una
popolazione di 58 frati (con una entrata media di 23 scudi). Tutti e
quattro erano stati fondati dai giurati delle rispettive Università
. Il primo era stato
eretto a Chiaramonte nel 1620. L’Università aveva concesso il sito
per l’edificio conventuale e per il giardino e la facoltà di
utilizzare una sorgente per irrigarlo; si era inoltre impegnata a
fornire ai frati due cantàri di carne e due barili di tonno l’anno e
a provvedere alle spese per medici e medicine per i frati ammalati;
infine aveva concesso una gabella di 100 scudi e altri 85 scudi
annui per la fabbrica del convento (ma non li aveva mai
effettivamente corrisposti).
Il convento di Ragusa (fondato nel 1636) riceveva dall’Università
100 scudi per quattro anni per la fabbrica dell’edificio
conventuale, annualmente due barili di tonno (del valore di 10
scudi) e il necessario per la pietanza dei giorni di grasso (25
scudi).
Il convento di Monterosso
aveva avuto come fondatori i giurati di quella Terra. Una nobildonna
aveva lasciato nel suo testamento un legato di 4.000 scudi di
capitale consistente in alcune partite di terra per la fabbrica del
convento e per il vitto, il vestiario e simili; l’Università, da
parte propria, aveva assegnato la somma di 50 scudi annui, garantiti
da una gabella, per la provvista dell’olio e della cera per i
bisogni della casa. |
I
suddetti conventi, contrariamente a quelli del resto dell’isola,
destinavano solo l’8,9 per cento delle uscite al vitto e al
vestiario dei frati, il 3,04 per cento alle spese di sacrestia e di
infermeria e ben 325 scudi (il 58,24 per cento) per le fabbriche. In
tutti erano dunque ancora in corso i lavori di costruzione degli
edifici conventuali. L’Ordine, infatti, si era insediato nelle città
della Contea da pochi decenni.
5. Il convento di S. Anna di Modica. Tra il XVI e il XVII secolo
conventi e monasteri, maschili e femminili, furono fondati e dotati
con il concorso essenziale di patriziati e ceti dirigenti ai quali
occorrevano luoghi dove anche fare studiare i propri figli o dove
mantenere more nobilium le proprie figlie troppo numerose, e
strumenti di rendita, quali benefici o pensioni, per i cadetti cui
assicurare il mantenimento. Si moltiplicano pertanto conventi e
monasteri, collegi o (meno) seminari, donazioni e lasciti, rendite e
vitalizi. La partecipazione delle élites alla fondazione poteva
avvenire in maniera diretta – come era stato per il convento dei
Minori osservanti di Modica (S. Maria del Gesù), voluto, come prima
accennato, dal mecenatismo e dagli intenti di promozione della fede
e del sapere da parte dei conti Henriquez-Cabrera – oppure
indirettamente, attraverso i propri rappresentanti nelle varie
istituzioni civili; erano pure le stesse Amministrazioni civiche a
promuovere tali fondazioni per il servizio alla Città e ‘pro sua
magnificentia’, sollecitando ove occorresse il sostegno dei
rispettivi príncipi. Il
convento dei Minori osservanti riformati di Modica, fu fondato dai
giurati dell’Università Pietro Nigro, Marco Antonio Belluardo, Rocco
Zacco, Giovanbattista Pollara e dal ‘sindico’ Antonio Giardina
(detto ‘Coccio’) il 2 luglio 1639 con atto del notaio Pietro
Calabrese, in esecuzione del “conseglio detenuto e conchiuso a 23 di
Maggio 1639 si come si vede per atto fatto nella corte dalli
suddetti giurati per Gaspare Grana Maestro Notaro e confirmato dal
Regal Patrimonio e dall’Eminenza del Signor Cardinale d’Oria
luogotenente in questo Regno”. Nello stesso consiglio (comunale) si
decise di assegnare la somma di 1.350 scudi per la costruzione del
convento (che nel 1650 era giunta a buon punto).
La cerimonia della fondazione avvenne secondo le consuetudini del
tempo: dopo una “solenne e pubblica processione”, venne piantata nel
posto prescelto una croce; seguì la posa della prima pietra da parte
delle autorità (in questo caso don Bernardo Valseca, governatore
della contea di Modica), previo espresso “consenso e voto di tutti i
Religiosi, Beneficiati e Clero della detta città” e con “l’autorità
dell’Illustrissimo Signor don Francesco d’Elia et Rubeis vescovo
della diocesi di Siracusa”.
Come tutti gli altri conventi dell’Ordine, il luogo dove sorgeva
quello modicano era “collaterale alle mura delle case della città”
ma allo stesso tempo “ritirato ed isolato da vie pubbliche”. La
breve distanza dall’abitato agevolava, da un parte, la condizione
per la costruzione di grandi edifici ed il silenzio necessario alla
vita conventuale, dall’altra la possibilità di stabilire relazioni,
anche di carattere economico – connesse al sostentamento della
Comunità nonché agli sviluppi edilizi –, con la popolazione urbana.
Peraltro, si tratta non di Ordini monastici, bensì dei nuovi Ordini
mendicanti, tendenti istituzionalmente a rapportarsi quotidianamente
con la popolazione in funzione dell’attività pastorale e scolastica.
Le strutture edilizie rispecchiavano il modulo abitativo conventuale
più diffuso, costituito da uno o due chiostri, dai dormitori (di
solito al piano superiore), dove si trovavano le celle dei
religiosi; da stalle, officine, dispensa, cucina, cantina e
magazzini al piano inferiore. Attaccata al convento era ovviamente
la chiesa con cappelle, altari e uno o due cori, e la cui
decorazione e struttura architettonica variava in relazione ai
diversi orientamenti culturali e di visione, austera o più sontuosa,
dell’aula chiesastica da parte dei diversi Ordini.
I materiali per la costruzione più usati per i conventi della Contea
di Modica erano pietra calcarea, calce, ‘arena’, gesso e canne; per
gli stipiti ed architravi di porte e finestre, per i ‘cantoni’ e per
le cappelle veniva utilizzata pietra di “intaglio plano”, più
facilmente lavorabile; per i basamenti: conci di calcare duro di
estrazione locale. Il
convento modicano di S. Anna aveva, nel 1650, 12 tra stanze e
officine nella “fabbrica nuova” e altre 12 “tra officine e stanze
per l’habbitatione dei frati nella fabbrica vecchia, di modo che
detti frati vi stanno comodamente”. La relazione non accenna al
chiostro e all’orto. La chiesa era “sotto titolo et invocatione
della gloriosa S. Anna, [la] quale con un’altra, che prima era
dedicata a San Calogero, si è accomodata per adesso un pò piccola se
ben commoda perché vi possino officiare li frati, sin che con la
Grazia di Dio si fabbricarà la nuova”.
Non si conosce l’entità dei danni provocati all’edificio dal
terremoto del 1693; sappiamo solo che il 6 novembre 1694 la
tesoreria dell’Università pagò 50 onze (125 scudi) a don Ignazio
Lorefice, Sindaco apostolico (procuratore) del “venerabile convento
di S. Anna per l’eretione della chiesa rovinata dal terremoto”.
Nel 1650 la popolazione religiosa era costituita da 17 frati (7
sacerdoti, 2 chierici e 8 laici) e da un ‘servente’: 7 erano
modicani, 3 (il Padre Guardiano, il Lettore e il Confessore) erano
originari di Piazza (Armerina), 2 di Sortino, gli altri di
Chiaramonte, Siracusa, Palermo, Butera, Assaro, Pietraperzia. Meno
della metà provenivano dunque dall’area della Contea: gli Ordini
religiosi maschili erano, infatti, tra le istituzioni in cui
maggiore era la mobilità e l’attitudine agli spostamenti. I frati
dovevano essere disponibili a spostarsi da una città all’altra e da
una regione all’altra, in qualsiasi momento. Un fenomeno, questo
della ‘mobilità’ del clero regolare, che forse non è stato ancora
pienamente valutato nella sua importanza con riferimento
all’affermazione di una cultura, di una spiritualità e di una
religiosità cattolica omogenee nei vari Stati italiani, in età
moderna. Le entrate del
convento, di 567 scudi, erano costituite (nel medesimo anno) per il
65 per cento dalla questua: 367 scudi derivavano dalla ‘cerca’ del
pane, del grano, del vino, del cacio, della tela, dell’olio,
dell’orzo per la mula del convento, dei legumi “necessarij per la
Quaresima”, delle ‘drugarie’ per l’infermeria, della cera e della
suppellettile della sacrestia (“giogali e simili, incenso, storace ,
sapone e simili”), di “frutti, fogliame, aceto, canape per far delle
funi per le campane e per servitio della fabrica, legname per far le
porte, finestre e simili”. Le elemosine rappresentavano il 14 per
cento delle entrate, con 2 barili di ‘tonnina’ per la Quaresima e
l’Avvento, la pietanza ordinaria e straordinaria (per Natale) “così
di legato come di grasso” e un cero pasquale, per un totale di 80
scudi, concessi dalla Università di Modica.
Altri 120 scudi provenivano da legati di messe e da altri legati per
la fabbrica. Il necessario
per il mantenimento dei frati (vitto, vestiario e medicine)
proveniva dalla questua e dalle elemosine.
Quanto alle uscite, si
rileva che 30 scudi venivano spesi per olio, per attrezzi di cucina,
“ferramenti necessarij alle porte, finestre, finestroni e simili” e
per la manifattura del vestiario.
La maggior parte delle uscite – 280 scudi – era destinata per la
costruzione dell’edificio conventuale. Per la fabbrica venivano
spesi, infatti, ben 250 scudi l’anno (l’89 per cento dell’esito
totale). Anche se particolarmente accentuate nei conventi dei Minori
osservanti riformati, le spese per la fabbrica erano una costante in
quasi tutti gli Ordini religiosi maschili dell’Isola poiché, nella
prima metà del Seicento, la Sicilia, come tutta l’Europa, aveva
conosciuto una vera esplosione dell’edilizia ecclesiastica;
pertanto, a cominciare già da prima del grande terremoto del 1693,
una parte consistente delle rendite del clero secolare e regolare
era stata orientata alla costruzione di centinaia di chiese e
conventi.
(Giancarlo Poidomani)
|